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LA
NOSTRA CHIESA
Appunti di storia
Fonte:
P.Mezzanotte,”Itinerari sentimentali per le Contrade di Milano” ed. BPM
1985.
Fra la Contrada di
S.Vincenzino, ora via Camperio e la
via Porlezza, due antiche strade milanesi sopravvissute pressochè intatte nel
loro tracciato, alla ristrutturazione del quartiere operata tra la fine
dell’800 e l’ultimo dopoguerra, sorgeva un antico convento di monache
benedettine dedicato a S. Vincenzo, il Diacono Martire di Saragozza.
Questo monastero venne fondato dal re longobardo
Desiderio, secondo gli storici intorr)o all’anno 756, in segno di
ringraziamento per la guarigione del figlio Adeichi, divenuto cieco in seguito a
un incidente di caccia.
Il più antico documento che ricorda il monastero di
S. Vincenzo risale al 1043 ed è il testamento dell’Arcivescovo Ariberto da
Intimiano (1018-1045), il quale disponeva che alla sua morte i suoi beni
venissero distribuiti, come dotazione, a vari monasteri della città, tra i
quali il nostro denominato ‘Novum”. La Badessa di questo Monastero era detta
“ecclesiarum Sanctae Mariae et Sancti Vincentii”, cioè governava due
chiese.
La chiesetta di S.Maria era la più antica: il Giulini
nella carta topografica di Milano allegata alle sue Memorie, la situa sulla via
Porlezza; mentre la Chiesa di S.Vincenzo, più recente, aveva anche cura
d’anime come Parrocchia.
Sulla fine dei ‘400, la Chiesa di S. Vincenzo venne
ristrutturata secondo gli schemi del primo Rinascimento. Risultò formata da due
aule congiunte, una per la clausura, l’altra per i fedeli, secondo lo schema
che possiamo ancor oggi vedere nella Chiesa di S.Maurizio al Monastero Maggiore
in corso Magenta, e nella Chiesa dì S. Paolo Converso in corso Italia.
Tutta la Chiesa venne affrescata con una vivace
decorazione pittorica estesa anche al chiostro, dì cui rimangono esempi
cospicui nella volta della nostra Chiesa e nel salone sotterraneo.
Nei primi anni del ‘600 il card. Federico
Borrorneo,
tolse alla Chiesa di S. Vincenzo la cura d’anime a favore della Parrocchia di
S. Giovanni sul muro: le monache persero così anche i benefici legati alla
Parrocchia.
Durante la guerra di successione spagnola il monastero
corse il pericolo di rimanere distrutto dal fuoco delle artiglierie piazzate da
Eugenio di Savoia presso i baluardi del Castello, per ordine del Governatore il
marchese della Florìda. La guerra terminò il 20 marzo del 1707 con la resa
della guarnigione franco-spagnola.
La vita del monastero continuò tranquilla fino alla
fine del ‘700, scampando anche alle soppressioni degli Ordini Religiosi,
ordinata dall’Imperatore d’Austria Giuseppe II, in quanto, per la regola
benedettina, la vita religiosa era contrassegnata non solo dalla contemplazione
ma anche dal lavoro manuale e intellettuale.
Il 13 maggio del 1798 in seguito all’invasione
francese, il monastero venne soppresso al pari di tutti i monasteri della città.
L’11
giugno di quell’anno il Rettore del Sèminarlo Arcivescovile, nonostante le
sue simpatie per la Rivoluzione Francese (aveva piantato l’Albero della Libertà nel bel mezzo del
grande cortile del Seminario ) ricevette l’ordiine di lasciare gli edifici del Seminario, che doveva
essere adibito ad uso pubblico, e di trasferire tutti i seminaristi nel
monastero di S. Vincenzo. Alle monache, narrano le cronache, fu assegnata una
piccola pensione: 800 lire l’anno alle monache professe, 500 alle Converse
ancor valide, 600 se passavano i 50 anni.
Contro la concessione della pensione ai religiosi si
oppose ferocemente un tal Felice Lattuada, prevosto spretato di Varese, che
dalle pagine del giornale “La Società popolare” scriveva: “Domanderò
qual diritto abbiano agli alimenti, individui
che
servivano all’impostura a danno della Nazione”
Ritornati ben presto i Chierici al loro Seminario
Maggiore (in corso Venezia), sull’area del monastero di S. Vincenzo crebbero
fabbricati di varia mole, sfruttando in parte le solide murature; la chiesa,
spogliata di ogni suppellettile, venne data in uso nel 1818 al bolognese Pelagio
Palagi, scultore, architetto, archeologo, pittore. Attorno a sé Palagi formò
ben presto una Scuola di artisti, tra i quali primeggiarono Vitale Sala e Carlo
Beilosio.
Chiamato a Torino da Carlo Alberto nel 1832, il Palagi
lasciò in deposito nell’ex-chiesa le sue collezioni d’arte, d’archeologia
é di numismatica. Questo cospicuo patrimonio artistico corse qualche pericolo
durante le l’insurrezione del 1848 (le Cinque Giornate: dal 18 al 22 marzo),
quando la Contrada di S. Vincenzino, bersagliata dalle artiglierie austriache
asserragliate nel Castello, fu tra le più danneggiate.
Morto il Palagi nel 1860, tutte le sue Collezioni
artistiche furono trasferite per testamento ai Musei di Bologna, e della chiesa
prese possesso il pittore Eleuterio Pagliano, che vi predispose i cartoni del
grande affresco simboleggiante l’Africa, per la Galleria Vittorio Emanuele.
Affittato poi a un mobiliere, venne demolito il muro
che separava il Coro delle Monache dalla Chiesa, e questo grande spazio fu
ridotto in spazi più piccoli con bassi tavolati.
Sul finire del secolo la nuova Società Elettrica
Edison vi impiantò una cabina di trasformazione, e alcuni anni dopo, quello che
rimaneva della chiesa venne adibito a cinematografo.
Vennero demolite le volte, disfatte le pareti, le
preziose decorazioni luinesche che ancora affioravano sotto le imbiancature
vennero distrutte, gli affreschi residui vennero staccati e sono ora visibili,
riportati su sagome in legno e gesso che riproducono fedelmente le antiche
volte, nel nostro edificio.
Della antica Chiesa di S. Vincenzo si salvò solo
l’umile fronte interna, proprio quella monastica, un raro esempio di
architettura minore sforzesca, che, svolgendosi dalle forme gotiche solariane,
cedeva alle suggestioni del Rinascimento.
“Di
aspetto medievaleggiante, sono la cornice di cotto del frontespizio e i
pinnacoli tondi in pianta, ma terminati a piramide, le due lunghe vetrate ai
lati dell’ingresso, dove l’arco a tutto sesto che le corona può
considerarsi ad un
tempo come la
concessione alle nuove tendenze od un ritorno nostalgico al mai dimenticato
romanico-lombardo. Squisitamente rinascimentali i profili delle terrecotte nel
rosone centrale, nelle finestre e nello zoccolo, di classico sapore il portate
di pietra d’Ornavasso, di nitida purezza la composizione, che negli eletti
rapporti modulari e nella sobrietà dei suoi elementi sembra preannunciare le
forme del Bramantino” .
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Riconsacrata
al culto cristiano, la chiesa fu concessa per circa vent’anni alla cura della
Comunità Cristiana Ortodossa Romena e, dal 1996, trasferitasi
quest’ultima, fu ceduta alla Comunità Cristiana Ortodossa del Patriarcato di
Mosca dedicata ai Santi Sergio e Serafino. Essa, in onore dl Santo protettore
del monastero di cui la chiesa faceva parte, estese il suo nome in “Parrocchia
dei Santi Sergio, Serafino e Vincenzo Martire”. (n.d.r.)
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